Carocci editore - «Un paradigma in cielo»

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«Un paradigma in cielo»

Mario Vegetti

«Un paradigma in cielo»

Platone politico da Aristotele al Novecento

Edizione: 2016

Ristampa: 1^, 2018

Collana: Aula Magna (15)

ISBN: 9788843083015

  • Pagine: 184
  • Prezzo:11,50 9,78
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In breve

«Un paradigma in cielo»: così Platone definisce nella Repubblica il suo modello utopico di società giusta, una sorta di stella polare per l’orientamento morale e politico dell’esistenza umana. Questo libro ricostruisce la storia delle interpretazioni antiche e soprattutto moderne del pensiero politico di Platone: un viaggio avventuroso attraverso le grandi filosofie dell’Ottocento e i conflitti politici e ideologici del Novecento, che hanno via via configurato un Platone liberale e socialista, totalitario (secondo i casi nazista o comunista), e infine persino antipolitico. Da questa complessa vicenda interpretativa c’è molto da imparare su Platone, e ancora di più sulla vicenda intellettuale della nostra modernità.


Indice

Premessa
1. Platone politico
I testi
La biografia
Che cosa significa “politica" in Platone?
Nota bibliografica
2. Alle origini dell’interpretazione
Aristotele: il canone della critica politica
Proclo: l’ermeneutica della spoliticizzazione
Medioevo e Rinascimento: dall’allegoria alla teologia
Nota bibliografica
3. I paradigmi della modernità
Kant: gli ideali della ragione
Hegel: lo “spirito del tempo"
Fra Kant e Hegel: liberalismo e socialismo
Nota bibliografica
4. Dal Terzo umanesimo al Platone "nazista"
“Sotto il segno di Platone": Wilamowitz, Jaeger, Stenzel
L’usurpazione nazista di Platone
Nota bibliografica
5. Platone in Occidente fra le due guerre: Francia, Italia, Inghilterra
Il Platone politico in Francia
Cattolici e liberali nell’Italia fascista
In terra liberal-democratica
E i bolscevichi?
Nota bibliografica
6. Storicismo e ingegneria sociale: il Platone di Popper
Perché Platone?
Diagnosi e terapie
Platone e lo storicismo regressivo
L’ingegneria sociale utopica
Dopo Popper
Nota bibliografica
7. Difendere Platone da Popper (o da sé stesso?)
Platone liberlal-democratico
Platone utopista
Platone ironico
Nota bibliografica
8. Platone senza politica
Platone impolitico
La questione della Lettera VII
Una replica oltre il Muro: lo Streit um Platon nella DDR
Nota bibliografica
9. La questione dell’utopia
Utopie di evasione
Utopia di ricostruzione
Dall’utopia progettuale alla teoria normativa
Nota bibliografica
10. Platone politico, oggi
La polisemia platonica
L’eccesso ermeneutico
Che cosa resta?
Nota bibliografica
Indice dei nomi
 

Recensioni

Antonio Agnoli, la Repubblica, 01-05-2009
Non poteva prevedere Google e l’utopia della rete. Di fronte a un oggetto di cultura di massa come Matrix sarebbe rimasto interdetto. Ve lo immaginate un dialogo tra Socrate e Neo, il predestinato della grande saga dei fratelli Wachowsky? Eppure non c’è esperienza immateriale, o complicazione virtuale, che oggi non evochi le analisi platoniche. Quando estrasse, coma da un cilindro, il mito della caverna avrebbe potuto inventare il cinema, se la tecnologia di allora glielo avesse consentito. Invece ne fece un involontario format in anticipo di 2500 anni sulla televisione. In fondo, realtà platonica e reality sono più contigui di quanto si immagini. Quello che nel quinto secolo fu concepito come un grande sistema speculativo, con tanto di demiurgo, rivive oggi in molte analisi. Platone è il filosofo più letto, più cliccato, più controverso. Il Novecento ne ha fatto un’icona politica, ma al tempo stesso se ne è spaventato. Su di lui è stato detto di tutto, di più. Platone totalitario e democratico, liberale e nazista, etico e immorale, amante dell’eros fustigatore dei cattivi consumi, elitario e tollerante (o quasi). Non amava la democrazia, ne temeva le degenerazioni, la presa retorica sul popolo. Oggi guarderebbe con orrore ai populismi mediatici. Insomma perché un libro come La Repubblica ha attraversato la storia dell’occidente sino a giungere a noi cosi carico di suggestioni? Mario Vegetti - tra i più grandi antichisti in attività – ha scritto un bellissimo libro su Platone politico da Aristotele al Novecento. Un paradigma in cielo ne è il titolo edito da Carocci ( pagg. 181, euro 18.50).
Un paradigma in cielo richiama il modo in cui Platone nella Repubblica definisce il modello di società giusta. Ma quel testo, credo si possa leggere in molte altre direzioni. È d’accordo?
«La Repubblica è un repertorio ricchissimo di metafore, di immagini, di paradossi. I primi due libri presentano una teoria dell’origine della giustizia e una genealogia della morale che portano diritto Hobbes e Nietzsche; il quarto una psicologia dell’io scisso e conflittuale che ha il suo parallelo in Freud; il quinto l’utopia comunistica, l’abolizione della proprietà privata e della famiglia; il settimo un saggio straordinario di epistemologia antiempiristica delle matematiche; l’ottavo una memorabile critica parallela della democrazia e della tirannide».
E il Platone più familiare, quello delle idee, del bene e dell’immortalità dell’anima?
«C’è anche quello. Ma la cosa impressionante è lo sforzo di tenere tutto questo insieme, se non in un sistema almeno in un movimento dialettico unitario. Certo, un progetto eccessivo, che avrebbe destato la comprensibile irritazione di Aristotele. Ma l’eccesso credo sia la cifra dello stile filosofico di Platone, al qual egli rimedia spesso attenuandolo con un certo distacco ironico».
A proposito di eccesso, il Novecento è sceso a valanga su questo filosofo.
«C’è stata un’orgia di appropriazioni e di usurpazioni di Platone per motivi ideologici che risultano alla fine intollerabili».
Pensa alle letture "totalitarie" del suo pensiero?
«Nonostante l’assimilazione proposta da Popper fra i "totalitarismi", bisogna distinguere. I nazisti che negli anni Trenta hanno trovato un’immagine di Platone in qualche modo già predisposta al loro abuso. Questa storia comincia con Hegel che aveva negato il carattere utopistico della Repubblica e vi aveva letto lo spirito del tempo, il riflesso dell’eticità sostanziale del popolo greco. E questa eticità consisteva nell’unità organica della comunità statale, la sua incommensurabile superiorità rispetto all’individuo. Quello che per Hegel era un limite di Platone fu considerato un suo merito, un’idea forza nella Germania della crisi post-bellica, ostile tanto al capitalismo liberale quanto all’anarchismo socialista».
Ma in che modo il nazismo se ne appropriò?
«Platone divenne bandiera ideologica già con illustri filologi "umanisti" come Wilamowitz, Jaeger e Stenzel. Quando il programma del partito nazional-socialista diceva che i nazisti si proponevano di "governare l’ordine come guardiani nel più alto senso platonico del termine",o quando Hitler scriveva nel Mein Kampf che "grecità e germanesimo" sono alleati nell’imminente lotta per la "civiltà", essi non facevano che citare parole già scritte dai professori berlinesi di filologia classica».
C’era anche Nietzsche alle spalle.
«C’era, ma con questa precisazione: l’idea che si dovesse formare un uomo nuovo e superiore, una "razza di signori", i nazisti la trovarono in parte almeno nella lettura nicciana di Platone».
Nietzsche se ne serve, Marx invece liquida Platone. Perché?
«Marx lo descrive come "l’ideologo ateniese del sistema egiziano delle caste". Sfortunatamente quel Platone divenne una specie di mantra nelle interpretazioni marxiste-leniniste».
A cosa si deve la fortuna della lettura popperiana di Platone?
«Più che di fortuna direi che si debba parlare di impatto. L’aggressione di Popper ha turbato il sonno di tanti che consideravano Platone, come dice Gadamer, "uno dei padri fondatori della nostra tradizione cristiana e liberale". Ma come, abbiamo da sempre avuto in casa il nemico e non solo non ce ne siamo accorti, ma l’abbiamo studiato e onorato? Si trattava di un attacco alle radici stesse della cultura occidentale, troppo forte per venire accettato. La seconda metà del Novecento ha quindi assistito a una sequenza interminabile di tentativi di difender Platone da Popper».
Difesa legittima?
«Credo che un nemico come Popper aiuti a pensare Platone meglio di tanti suoi pretesi amici che ne fanno una caricatura perbenista per renderlo simile a se stessi e al loro "pensiero unico". La questione non è capire se Popper ha bene interpretato Platone, e di segnalare i suoi errori con la matita rossa. La questione è di confrontare i presupposti teorici del pensiero politico di Platone con quelli di Popper, non dando per scontati né gli uni né gli altri: per esempio egualitarismo e antiegualitarismo, liberalismo democratico e governo delle élites, individualismo e comunitarismo. A questo livello, per contrasto, la critica di Popper ci aiuta a capire meglio Platone, e forse Platone può aiutarci a capire i limiti del pensiero liberal-democratico».
Leo Strauss fornì una lettura ironica e dissimulatrice di Platone. Nel farlo pose al centro il complicato legame tra l’intellettuale e il potere. È un rapporto che ha ancora senso?
«Strauss pensava che la filosofia fosse superiore alla politica perché il suo oggetto non è storico umano ma eterno e trascendente, e quindi l’intellettuale non dovesse farsi coinvolgere nel gioco politico. Al contrario, il suo amico-rivale Kojève pensava hegelianamente che un filosofo non può rimanere estraneo alla storia e alla grande riflessione sulla verità che accade solo nel movimento storico. Questa discussione è interessante, ma a me pare molto viziata dal fatto che entrambi hanno un’idea del tutto astratta dei termini "intellettuale" e "potere", come se in ogni epoca si trattasse sempre delle stesse figure. Quanto a Platone, il suo era in fondo un progetto in fondo illuministico: il governo delle élites dell’intelligenza e della conoscenza. Chi crede che oggi governino i tecnocratici pensa che in qualche modo il progetto sia stato realizzato. Chi pensa invece che siamo in preda all’anarchia capitalistica e ai suoi imboniti populisti, può ancora nutrire qualche nostalgia per quel programma».
Dario Antiseri , Avvenire, 05-05-2009
I due volumi de La società aperta e i suoi nemici apparvero il primo nel dicembre del 1973 e il secondo nel gennaio del 1974. E quella dell’accoglienza da parte dell’intellighenzia italiana dell’opera politica di Popper è un’altra triste storia. L’opera non venne criticata su di un punto o su un altro e con argomentazioni di tipo scientifico; essa, sostanzialmente, venne o ignorata ovvero, il più delle volte, coperta di insulti: cosa poteva mai insegnare ai tanti possessori di modelli di società perfetta, di verità incontrovertibili e di ineluttabili sensi della storia un «reazionario» come Popper, un «maccartista», difensore delle società capitalistiche occidentali?
Al «Platone totalitario» di Popper sono contrari anche noti antichisti italiani come Margherita Isnardi Parente, Giovanni Reale e Mario Vegetti, che è tornato sul tema venerdì scorso su La Repubblica, presentando il suo nuovo Un paradigma in cielo (Carocci). A partire da Aristotele sino ai nostri giorni, precisa Vegetti, la tradizione del pensiero liberale ha con grande decisione respinto il progetto politico di Platone. Fa presente Vegetti che «Popper vedeva in Platone il primato assoluto dello Stato sull’individuo, e all’interno dello Stato stesso, la consegna di un potere assoluto a una minoranza che si proclamava depositaria di un sapere assoluto, i cui metodi e i cui fondamenti non potevano però venir resi pubblicamente espliciti: che cosa ci può garantire, diceva Popper, che questa minoranza (di filosofi in Platone, ma magari anche di dirigenti di partiti quali quello giacobino, comunista o nazista) non eserciti di fatto una dittatura sottratta a ogni controllo democratico?».
Di fronte ad attacchi del genere, prosegue vegetti, i difensori di Platone si sono divisi in due gruppi. Da una par te si trovano coloro che, da posizioni liberal-democratiche, hanno sostenuto che il progetto utopico proposto da Platone nella Repubblica non deve venire preso alla lettera. Diversamente dai simpatizzanti di posizioni liberal-democratiche, «i simpatizzanti del pensiero socialista e comunista, come Pohlmann, hanno visto in Platone uno dei precursori di questa tradizione. Non sono mancati, infine, negli anni Venti e Trenta del nostro secolo, usi di Platone in senso fascista e nazista: essi apprezzavano il primato che Platone indubbiamente assegna allo Stato, rispetto ai cui interessi le libertà e i diritti individuali vengono in secondo piano». Ebbene, quel che va sottolineato è che, ad avviso di Vegetti, «Platone ritiene che la costruzione della società descritta nella Repubblica è difficile ma non impossibile. Si tratta dunque di un "mondo possibile" che deve venire progettato, desiderato e, se le circostanza sono favorevoli, costruito; di un dovere etico-politico». Ora, però - viene da chiedere a Vegetti - se il progetto politico di Platone non è un gioco intellettuale, un sogno, un castello sulle nuvole, ma è il tentativo di trasformare in mondo reale un mondo ideato e guidato da una pattuglia di filosofi che sanno che cosa è il Bene e che, di conseguenza, saranno divorati dallo zelo - dal diritto e dovere - di imporre questo Bene a ogni costo, attraverso quali argomenti un simile progetto potrà distinguersi da una concezione totalitaria del potere politico?
«Platone fu il giuda di Socrate e la Repubblica fu per lui non soltanto Il capitale, ma anche il suo Mein Kampf» - così Gilbert Ryle sintetizzò nel 1948 su"Mind? l’intepretazione popperiana di Platone. Nel 1951 uno studioso di Platone come Richard Robinson scrisse: «Popper sostiene che Platone ha pervertito l’insegnamento di Socrate. Platone, ad avviso di Popper, è in politica una forza perniciosissima, mentre Socrate è una forza estremamente benefica». Ancora nel 1959 Popper afferma: «La mia opinione che Platone sia stato il più grande di tutti i filosofi non è per nulla mutata. Ma i grandi uomini possono commettere grandi errori»; il grande errore di Platone fu che egli incoraggiò «il perenne attacco contro la libertà e la ragione».
Un altro durissimo e ben argomentato - sebbene meno noto - attacco contro Platone l’aveva formulato nel 1937 Alfred Hoernlé. La pretesa dei dittatori del suo tempo, ad avviso di Hoernlé, era proprio quella di essere dei filoso fi-re: «Uomini con una Weltanschauung, con un piano per la salvezza spirituale dei loro popoli, con una esplicita teoria su quel che è bene per i loro popoli, addirittura per l’umanità tutta; uomini che giustificano per se stessi un uso brutale della forza, la spietatezza nel plasmare i soggetti secondo lo standard dei loro ideali e nello schiacciare qualsiasi opposizione, e questo esattamente in vista del bene che essi cercano di realizzare, non a beneficio personale, quanto piuttosto a beneficio dei popoli che loro governano».
I filosofi-re di Platone, prosegue Hoernlé, governano con un’autorità assoluta: «Essi non consultano il popolo; non vengono eletti dal popolo; non possono venir rimossi dal popolo; non sono, tanto per usare il linguaggio delle democrazie parlamentari,"responsabili" davanti al popolo. Son un corpo che si autoperpetua reclutando i propri membri  tramite cooptazione tra più giovani uomini e donne la cui educazione è stata da loro controllata per circa trent’anni; uomini e donne che loro hanno plasmato e messi a prova, più duramente di quanto il ferro sia provato sul fuoco, come dice lo stesso Platone». Ebbene, conclude Hoernlé, «i filosofi-re e i loro ausiliari (le due classi più alte nello Stato di Platone), sono sostanzialmente l’analogo del dittatore moderno e del fedele, disciplinato Partei (sia il partito comunista in Russia, il partito fascista in Italia, o il partito nazionalsocialista in Germania), per mezzo del quale il dittatore domina».
Davide Gianluca Bianchi, L'eco di Bergamo, 01-06-2009
In quello straordinario affresco di Raffaello che si chiama La scuola di Atene, ospitata dai Musei vaticani, si scorgono due personaggi, in posizione centrale che, serrando un libro sotto il braccio, gesticolano guardandosi negli occhi: l’uno più anziano, con il dito rivolto al cielo, l’altro meno attempato con la mano destra che invita alla moderazione. Platone – l’anziano dei due, mentre l’altro è naturalmente Aristotele – infatti, nella sua opera politica più nota, La Repubblica, definisce «un paradigma in cielo» il suo modello di società giusta. Cercando un titolo ad un libro che vuole dare conto delle interpretazioni della Repubblica platonica, da Aristotele al Novecento, Mario Vegetti non avrebbe potuto scegliere una formula più rappresentativa della filosofia di Platone, per molti aspetti l’iniziatore stesso della filosofia greca.
La Repubblica è un libro ricchissimo, che nella parte centrale propone la ben nota utopia comunistica, con l’abolizione della proprietà privata e della famiglia, e nella chiusa una memorabile critica della democrazia e della tirannide, insieme ad una pluralità di suggestioni più squisitamente filosofiche sparse qua e là. Perché tanta fortuna? Probabilmente perché Platone coglie nel segno indicato nel «governo dei migliori» il regime politico più giusto che si possa immaginare, senza tuttavia essere inconsapevole dei limiti di questa prospettiva teorica. Semplicemente pensa che il compito della filosofia sia quello di ragionare in astratto e di costruire modelli ideali che prescindano dalla realtà, utili soprattutto a misurare il grado di giustizia presente nel mondo.
Si tratta ovviamente di un approccio discutibile, da cui già Aristotele prese le distanze, ma che ha fondato una sensibilità di capitale importanza. Karl Popper, tanto per citare l’esempio più facile, ne ha ravvisato i germi del totalitarismo: l’ingegneria sociale di stampo utopico non sarebbe altro che la principale premessa intellettuale delle peggiori dittature, sia di destra che di sinistra.
È vero? Non è tanto questo il punto più interessante su cui riflettere, quanto rendersi conto che rileggere Platone, il quale sottolinea che «chi più sa deve governare», ha il pregio di ricordarci che la democrazia è – usando un’espressione inglese – un «second best», una seconda scelta che viene dopo qualcos’altro. In definitiva, se fosse davvero possibile il «dispositivo illuminato» - un governo alla Maria Teresa d’Austria, per intenderci – non avremmo dubbi, ma sappiamo che questa opzione solleva più problemi di quanti ne risolva, e allora, alla fin fine, è ancora meglio la democrazia. Sarà banale, ma qualche volta è meglio ricordarci perché e come possiamo, e dobbiamo, dirci democratici.
Gherardo Ugolini, Giornale di Brescia, 09-06-2009
Quando nel 1402 l’umanista bizantino Emanuele Crisolera arrivò in Italia portando con sé un manoscritto della Repubblica di Platone, nessuno poteva immaginare quale immensa fortuna avrebbe avuto quell’opera nei secoli seguenti. Fino allora si aveva una conoscenza sommaria e indiretta di quel testo, per lo più attraverso citazioni della Politica di Aristotele. Crisolera curò, insieme con Uberto Decembrio, funzionario della corte viscontea, la prima traduzione latina della Repubblica. Da quel momento l’opera platonica è stata oggetto continuo di studio suscitando reazioni di ammirazione e ostilità e non ha mai cessato di accompagnare il percorso della cultura europea. Alla vicenda delle interpretazioni moderne è dedicato l'ultimo libro di Mario Vegetti, professore emerito di filosofia antica dell'università di Pavia, che alla Repubblica platonica ha dedicato numerosi studi curandone tra l'altro una traduzione (Rizzoli 2006) e un dettagliato commento in sette volumi (Bibliopolis, 1998-2007). Il nuovo libro, pubblicato dalla casa editrice Carocci, si intitola «Un paradigma in cielo. Platone politico da Aristotele al Novecento», e il titolo è una citazione che si riferisce al modo in cui Platone stesso definisce il proprio modello di società giusta. La Repubblica, nei dieci libri in cui è articolata, si presenta come un testo assai complesso, un repertorio composito di concetti, metafore e immagini, talora anche paradossali. Vi si tratta del concetto di giustizia (nei primi due libri) ma anche di anima e di psicologia, di abolizione della proprietà privata e della famiglia, di epistemologia, di pedagogia e di estetica (il decimo libro). Forse anche per questo l'opera ha finito col diventare «uno dei più cruenti campi di battaglia sui quali si sia scatenato il conflitto delle interpretazioni».Il Novecento in particolare ha trasformato Platone e la sua Repubblica in un'icona politica dandone le interpretazioni più varie e tra loro antitetiche: c'è un Platone democratico ed un Platone totalitario, liberale e nazista, etico e immorale, tollerante ed elitario. L'abbondanza delle appropriazioni e delle usurpazioni, sovente dettate da ragioni ideologiche, è davvero incredibile. La più nota, quella elaborata da Karl Popper che nel celebre saggio «La società aperta e i suoi nemici», pubblicato nel 1945, considerò Platone il prototipo e il precursore del moderno pensiero autoritario e totalitario: una lettura che per la verità affonda le sue radici già in Hegel, il quale aveva negato il carattere utopistico della Repubblica per vederci l'essenza dell'eticità del popolo greco consistente nella supremazia della collettività sul singolo. Su questo solco è stato possibile a taluni trovare nel pensiero platonico l'anticipazione delle grandi ideologie totalitarie del Novecento, sia del nazismo che del comunismo. Tuttavia, la lettura popperinana non ha cancellato affatto una tradizione secolare che viceversa vedeva in Platone un precursore della tradizione cristiana e liberale. Centrale nelle interpretazioni moderne ripercorse da Vegetti risulta la dibattuta questione dell'utopismo politico di Platone. Ma quella delineata nella Repubblica non è affatto un'utopia di evasione dalla realtà, come del resto non è un programma preciso da attuare secondo scadenze e tattiche definite. Si tratta invece di un modello, di una concezione possibile e auspicabile che può orientare, nella varietà delle situazioni, l'intenzionalità etica e l'azione politica.
Stefano Liccioli, www.indire.it, 01-11-2010

L'A. sviluppa questa indagine sulle interpretazioni antiche e soprattutto moderne del pensiero politico di Platone, concentrandosi in particolar modo sulla "Repubblica", più che sul "Politico" e le "Leggi". Secondo l'A. il primo dialogo infatti ha dato adito, più degli altri due, ad interpretazioni divergenti che costituiscono un'ampia letteratura che non può essere ridotta a bibliografia specialistica, ma rappresenta una vicenda culturale a sé, capace di influenzare anche la nostra precomprensione del testo platonico. In questa ottica l'A. sceglie di analizzare le tesi di quegli autori che gli sembrano centrali, tralasciando molti altri sia pure importanti. E' così che l'A. mette in luce il lavoro di Aristotele a cui si deve l'isolamento dei temi propriamente politici nell'ambito del pensiero platonico, come quelli presenti nella "Repubblica": la comunanza di donne e figli, l'ordinamento della cittadinanza in due grandi ceti (agricoltori e combattenti), la messa in comune della proprietà. Aristotele considera l'insieme del progetto platonico né desiderabile né realizzabile perché incapace di risolvere i problemi reali delle città. In seguito, se nel Medioevo i testi politici di Platone hanno una lettura allegorica e metaforica per ridurne l'aspetto scandaloso (comunanza delle donne, abolizione della famiglia..) e ritrovarne una qualche compatibilità con la filosofia cristiana, nel Rinascimento la "Repubblica", ad esempio, torna nell'Occidente latino, come dimostra l'opera di Marsilio Ficino. A questo punto la ricostruzione della storia esegetica del Platone politico presenta una lacuna cronologica nell'arco di tempo che va dal Cinquecento al Settecento perché l'A. è interessato soprattutto alle interpretazioni moderne e ripercorrere tutta la vicenda storica avrebbe allontanato troppo l'indagine dal suo scopo fondamentale: le letture platoniche dell'Ottocento e del Novecento. Si arriva così a Kant, secondo cui il modello platonico inerisce l'ambito politico nel senso che rappresenta l'ideale regolativo di una costituzione che cerca di realizzare la massima felicità in base a leggi che coniugano la libertà di ognuno con quella degli altri. Da parte sua Hegel, secondo l'A., ha la responsabilità di aver inscritto il pensiero politico di Platone in una rete concettuale destinata a condizionarne a lungo sia l'interpretazione, sia la serie delle valutazioni contrapposte. Successivamente viene messa in evidenza "l'usurpazione nazista" di Platone, che stabilisce, per esempio, affinità tra le virtù guerriere dei greci con quelle dei tedeschi. L'A. sottolinea poi la critica di Popper che vede Platone come un totalitario e lo accusa di storicismo ed ingegneria sociale utopica. In merito a queste ed altre accuse l'A. espone tre linee difensive: la prima giudica Platone un pensatore liberal-democratico, la seconda non ritiene che le posizioni espresse nei suoi dialoghi politici fossero in realtà desiderabili e realizzabili, la terza sostiene che i cosiddetti dialoghi politici di Platone appartengono solo ai problemi della morale individuale. D'altra parte la strategia consistente nel negare a Platone qualsiasi interesse per la dimensione politica è rischiosa, perché costringe gli interpreti a scontrarsi con elementi testuali evidenti e con il consenso quasi unanime di una tradizione esegetica plurisecolare. Negli ultimi due capitoli l'A. colloca qualche risultato dell'indagine per quanto riguarda Platone e la storia delle sue interpretazioni.