Carocci editore - Il mais “miracoloso”

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Il mais “miracoloso”

Emanuele Bernardi

Il mais “miracoloso”

Storia di un’innovazione tra politica, economia e religione

Edizione: 2014

Ristampa: 1^, 2015

Collana: Studi Storici Carocci (215)

ISBN: 9788843073412

  • Pagine: 200
  • Prezzo:22,00 18,70
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In breve

Cosa si nasconde dietro quel che mangiamo? Questo libro per la prima volta descrive, attraverso l’uso di fonti italiane e straniere, la diffusione nel nostro paese e in Europa di un particolare tipo di innovazione – il mais ibrido –, giunta dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale. Durante la Guerra fredda, istituzioni, partiti, tecnici, organizzazioni sindacali e Chiesa cattolica furono per questa via coinvolte, in vario modo, in un progetto di modernizzazione delle campagne italiane, che cambiò i modi di produzione e le abitudini alimentari di una nazione lanciata verso i consumi di massa. Emergono così i nodi che caratterizzano lo squilibrato sviluppo economico dell’Italia fino ai nostri giorni in una prospettiva globale.

Indice

Abbreviazioni

Premessa

1. I primi anni del dopoguerra. Dall’unrra al piano Marshall

Prodromi. «L’Italia centro del mais ibrido per l’Europa»/Organizzazione, direttive agli agricoltori e sussidi/La Stazione maidicola di Bergamo contesa tra Federconsorzi e aziende americane/Partiti, organizzazioni caritatevoli, sindacati e Confindustria/1949: quantià, qualità e “biodiversità”

2. Modernità, sviluppo e Guerra fredda. I decisivi anni Cinquanta

«Aiutare le persone ad aiutare se stesse». Lotta politica e intervento

della Chiesa nella campagna del 1950/dc, pci e psi nei dibattiti parlamentari. La legge sulle sementi/Fine del piano Marshall: il 1951 tra produttività, logiche militari e consumi/Alluvione e ricostruzione nel Polesine: carità, politica e “identità separate”/Tecnologia e commercio tra Guerra fredda e distensione/Dal nazionale al locale: un primo bilancio dalla “Padania” al Mezzogiorno/Un approccio sistemico. La “replica” in Somalia

3. Continuità, discontinuità e squilibri dalla seconda meta del Novecento ad oggi

Dipendenza tecnologica e dualismo produttivistico. L’intermezzo degli anni Sessanta/Un ventennio difficile, tra Europa e Stati Uniti/Tra storia e cronaca. Fine della Guerra fredda: arrivano gli OGM

Appendice documentaria

1. Lena Passerini ad Antonio Segni, 28 maggio 1948

2. Circolare della Coldiretti nazionale alle federazioni provinciali, 14 gennaio 1949

3. Il ministero dell’Agricoltura e Foreste alla Missione eca, 19 aprile 1949

4. Luigi G. Ligutti a Luigi Fenaroli, 6 dicembre 1949

5. Luigi Fenaroli a Luigi G. Ligutti, 15 dicembre 1949

6. Harold McClelland ad Antonio Segni, 13 gennaio 1950

7. Antonio Segni ad Harold McClelland, 7 marzo 1950

8. Ferdinando Baldelli ad Alcide De Gasperi, 5 maggio 1950

9. Francesco Bartolotta a Ferdinando Baldelli, 6 maggio 1950

Fonti archivistiche

Indice dei nomi

Recensioni

Piero Bevilacqua, il Manifesto, 08-02-2015Lucia Ceci, www.treccani.it, 12-02-2015

Molto prima che sugli Ogm si lacerasse il dibattito pubblico in Italia e in Europa, la discussione sulla capacità di governare le conseguenze dirette e indirette dell’innovazione tecnologica importata aveva preso forma nella campagna, sponsorizzata dagli Usa, per l’introduzione del mais “miracoloso” nel sistema agricolo peninsulare. Nel 1947 l’amministrazione americana sostenne infatti l’incipit di un programma di diffusione di sementi elette, ottenute attraverso processi artificiali di ibridazione del mais.

Sullo sfondo di una Guerra fredda in cui l’Europa era velocemente divenuta il primo terreno di confronto con l’Urss, gli Stati Uniti promossero l’introduzione in Italia del mais ibrido (hybrid corn o hybride maize): un esemplare privo di impurità, frutto dell’incrocio di due o più tipi autofecondati di granturco, che si era diffuso rapidamente negli Usa grazie alle politiche del New Deal di Roosevelt. Per il fenomeno del “lussureggiamento” degli ibridi quelle piante dimostravano particolare vigore e dimensioni maggiori delle pannocchie. Ma proprio a causa dei meccanismi di ibridazione il mais “miracoloso” acquisiva anche un’altra particolarità: il seme poteva essere usato una sola volta. Qualora fosse stato reimpiegato il raccolto sarebbe stato disastroso. La novità americana, produttiva e alimentare al tempo stesso, si rivelò incompatibile con le cucine regionali: quali sapori avrebbero assunto con il nuovo granoturco le diverse polente cucinate in Italia, gli gnocchi, la paniscia? Insieme alla differenza di sapore, la mancanza di controlli specifici e i ripetuti inviti a darlo agli animali concorsero ad alimentare dubbi sulla qualità e salubrità del nuovo mais.
Il progetto di modernizzazione che coinvolse le campagne italiane negli anni del Piano Marshall è al centro del saggio di Emanuele Bernardi Il mais “miracoloso”. Storia di un’innovazione tra politica, economia e religione (Carocci 2014). L’autore ricostruisce il percorso attraverso il quale gli Stati Uniti e le organizzazioni religiose divennero, con la Federconsorzi e la Coldiretti, la forza propulsiva di un piano di trasformazione dell’agricoltura italiana, che cambiò i modi di produzione e le abitudini alimentari di una società lanciata verso i consumi di massa, pur senza riuscire a rafforzare la sovranità alimentare nazionale.
Tra i motivi di interesse del volume è l’analisi del coinvolgimento della Chiesa, la cui sensibilità ruralista aveva raggiunto la più spettacolare manifestazione solo pochi anni prima, nell’adesione appassionata di vescovi e parroci d’Italia alla Battaglia del grano promossa dal regime fascista. Nel 1950, anno del Giubileo e della riforma agraria, il progetto di diffusione del mais “miracoloso” fu infatti affiancato da una sorprendente iniziativa dal basso dei cattolici e protestanti d’America. Anche la Chiesa di Pio XII, con la sua capillare organizzazione territoriale, nazionale e internazionale, si fece parte attiva, convergendo con gli Usa e con lo Stato italiano su obiettivi comuni: contrasto alla fame, contenimento del comunismo, impegno nella modernizzazione tecnica.
Nella costruzione del ponte tra Usa e Vaticano svolse un ruolo chiave il sacerdote di origini friulane Luigi Gino Ligutti, direttore della National Catholic Rural Life Conference e osservatore ufficiale della Santa Sede presso la Fao. Tipico rappresentante progressista del movimento cattolico rurale americano, cresciuto negli Usa dopo la crisi del 1929, Ligutti era promotore del ritorno alla terra. Nel 1940 aveva scritto un articolo dal titolo emblematico, Cities kill, e uno dei suoi motti più noti recitava: «Ora et labora. E usa tanti fertilizzanti!».
Fu lui a convincere papa Pacelli a sostenere la diffusione del mais “miracoloso” in Italia. Il 7 marzo 1950, a un mese dall’arrivo al porto di Genova delle sementi ibride partite da New Orleans per iniziativa di diverse organizzazioni cattoliche americane, Ligutti fu ricevuto in udienza speciale da Pio XII e gli consegnò un esemplare del nuovo mais. Con un gesto che vantava antiche radici nella liturgia cattolica, il papa benedì il frutto della terra venuto d’Oltreoceano, offrendo in tal modo, anche sul piano simbolico, il proprio sostegno alla campagna. Attraverso le diocesi e le parrocchie, la Pontificia Opera di Assistenza procedette alla distribuzione, concentrandosi nell’Italia settentrionale. Accanto alle forniture gratuite, avanzò l’azione della Federconsorzi con la vendita a prezzi vantaggiosi dei semi importati dagli Usa o prodotti da compagnie americane che avevano aperto sedi in Italia.
Qualche rivista specializzata paragonò il successo del nuovo “pop corn” americano al trionfo della Coca-Cola e dei ritmi sincopati che animavano le sale da ballo, ma invitò pure a non abbandonare i bruscolini nostrani e le mandorle tostate. Soprattutto al cinema. In realtà il successo produttivistico della campagna maidicola coincise con il crollo verticale dei consumi alimentari di mais, il cui futuro si indirizzò quindi verso l’industria zootecnica.
Sul piano politico, durante gli anni più duri della Guerra Fredda, l’introduzione del mais ibrido finì col dimostrarsi un elemento di divisione che vide contrapposte le forze di governo, impegnate acriticamente ad esaltare il moderno produttivismo americano, e le sinistre, fautrici di una sperimentazione che guardava alle tecniche utilizzate in Unione Sovietica.
A distanza di mezzo secolo e al di fuori della cornice del bipolarismo, gli Stati Uniti avrebbero aperto un nuovo fronte divisivo con l’offerta della loro più recente innovazione: gli organismi geneticamente modificati. Mentre i nuovi ibridi si diffondevano rapidamente all’interno dei grandi colossi dell’agricoltura mondiale (Cina, India, Canada, Brasile), dinanzi a una posizione altalenante dell’Europa, l’Italia decise di vietare, dopo altri sei Paesi dell’Ue, la coltivazione del mais geneticamente modificato, pur consentendone l’importazione per uso zootecnico.
Anche in quell’occasione l’amministrazione americana cercò l’appoggio della Santa Sede per promuovere il mais biotech. Nel corso di un’udienza con Giovanni Paolo II, risalente al 2 giugno 2003, il segretario di Stato Colin Powell diede forma pubblica alle ripetute sollecitazioni già avanzate in tale direzione, ma senza ricevere dal pontefice un riscontro positivo.
Sugli Ogm la posizione vaticana è stata insomma più avvertita: nessuna benedizione delle piante transgeniche. E non per ragioni di bioetica, ma per il timore che esse cancellassero, soprattutto nei Paesi più poveri, le colture tradizionali a vantaggio degli interessi commerciali di poche grandi aziende.
La Chiesa cattolica, in realtà, non ha neanche assunto una posizione ufficialmente contraria. La Pontificia Accademia delle Scienze ha difeso a più riprese la trasformazione transgenica in agricoltura per alleviare la fame nel mondo, e nel 2009 il cardinale Camillo Ruini ha respinto la richiesta di una presa di posizione solennemente anti-Ogm, avanzata dall’allora ministro delle Politiche agricole Luca Zaia. La partita comunque non è chiusa. Sembra troppo definirlo un endorsement ufficiale, ma il 7 novembre 2013 papa Francesco ha benedetto il “Golden Rice”, una qualità di riso geneticamente modificato.

Umberto Gentiloni, La Stampa, 26-03-2015Fabio Di Todaro, La Stampa, 28-03-2015

La diffusione di organismi geneticamente modificati nel mondo continua a crescere. A certificarlo è l’International service for the acquisition of agri-biotech applications (Isaa), organizzazione internazionale no-profit che ogni anno diffonde i numeri relativi alla loro presenza nel mondo. Sono stati 181 milioni gli ettari coltivati nel 2014: sei in più rispetto all’anno precedente. Ventotto i Paesi coinvolti, 18 milioni gli agricoltori al lavoro: dunque nonostante l’Europa abbia scelto di agire come Ponzio Pilato, la diffusione degli organismi geneticamente modificati nel mondo prosegue spedita. Per gli esperti, d’altronde, non è una novità. I dati fanno registrare un trend in crescita dal 1996 a oggi: ovvero dal primo via libera alle coltivazioni. Oltre alle statistiche, comunque significative, dalla lettura del documento emergono alcune novità. Innanzitutto si fa riferimento alla coltivazione di altri due Ogm destinati al consumo umano. Si tratta di una melanzana che i contadini bengalesi sono riusciti produrre e commercializzare in meno di cento giorni dall’ok alla messa in coltura e della patata Innate, per cui il via libera è giunto soltanto negli Stati Uniti. Da non trascurare sono anche le recenti coltivazioni di altri due prodotti, non ancora però immessi sul mercato: si tratta di un mais tollerante alla siccità e di una erba medica a ridotto contenuto di lignina, per favorire una più alta resa e una migliore digeribilità. Molta fiducia è riposta soprattutto sul nuovo cereale, piantato su cinquantamila ettari negli Usa nel 2013 e su oltre trecentomila nell’anno passato. Segno che i primi riscontri sono stati confortanti e hanno spinto molti altri contadini a puntare su questa produzione. Il dato, abbinato alle conclusioni incoraggianti tratte da una revisione di studi apparsa su Plos One, fa emergere i benefici - soprattutto in termini di aumento dei raccolti (+22%), dei profitti degli agricoltori (+68%) e riduzione dell’utilizzo di pesticidi (-37%) - ottenibili da alcune colture biotecnologiche. «Quella del mais rappresenta la scommessa più difficile: soltanto dai risultati riprodotti dopo diversi anni di sperimentazione si potrà capire se dovrà essere riconosciuta come un successo oppure no», argomenta Roberto Defez, direttore del laboratorio di biotecnologie microbiche dell’Istituto di bioscienze e biorisorse del Cnr di Napoli, da anni in prima linea per favorire l’ok alla ricerca in campo aperto anche in Italia  e finalista del Premio Galileo con “Il caso Ogm - il dibattito sugli organismi geneticamente modificati” (Carocci Editore). Nei 19 anni compresi tra il 1996 e il 2014, sono stati all’incirca trenta i Paesi che hanno piantato colture biotecnologiche: principalmente mais, soia e cotone, seguiti da barbabietola da zucchero, papaya, zucchine e pomodori. In cima alla lista degli Stati ci sono gli Stati Uniti (73,1 milioni di ettari), dove le biotecnologie risultano applicate a quasi il 90% delle colture. Seguono il Brasile (42,2 milioni), l’Argentina (24,3 milioni), il Canada e l’India (11,6 milioni) e la Cina (3,9 milioni). A sorprendere, in realtà, è l’ascesa di diversi Paesi in via di sviluppo: come il Sud Africa (2,7 milioni), la Bolivia (un milione), le Filippine (0,8 milioni), il Burkina Faso (0,5 milioni) e il Myanmar (0,3 milioni). Nell’anno appena concluso si è registrato l’ingresso nella lista anche del Bangladesh, con la messa a coltura della melanzana Ogm che presto finirà sulle tavole dei consumatori. Della graduatoria fa parte anche l’Europa, dove gli ettari coltivati sono però meno di centocinquantamila. Cinque gli Stati protagonisti: la Spagna copre oltre il 90%, seguita da Portogallo, Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia. Fuori dai giochi, invece, è l’Italia. L’ultimo stop è giunto il 23 gennaio scorso, con il rinnovo del decreto interministeriale - firmato dai ministri Beatrice Lorenzin (Salute), Gian Luca Galletti (Ambiente) e Maurizio Martina (Politiche Agricole) - che vieta la coltivazione del mais Mon810, l’unico autorizzato in Europa. No alla coltivazione e alla ricerca, sì all’importazione e all’utilizzo. La gran parte dei mangimi utilizzati negli allevamenti italiani è infatti prodotta da soia e mais Ogm importati da Usa, Canada e America Latina.

Luciano Santin, Il Messaggero Veneto, 13-08-2015Annalisa Latartara, Civiltà cattolica, 12-12-2015Cinzia Lucchelli, http://biancomangiare.it, 23-05-2016Stefano Magullo, Italia contemporanea, 11-01-2017, Il mondo del latte, 01-04-2018