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Stanze private

Eve Kosofsky Sedgwick

Stanze private

Epistemologia e politica della sessualità

a cura di: Federico Zappino

Edizione: 2011

Collana: Biblioteca di testi e studi (660)

ISBN: 9788843059409

  • Pagine: 304
  • Prezzo:32,50 30,88
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In breve

Epistemology of the Closet, pubblicato per la prima volta nel 1990 negli Stati Uniti, è uno dei testi classici che, insieme ai lavori di Teresa de Lauretis e di Judith Butler, getta le basi per la teoria queer. In quest’opera di primo piano, Eve Kosofsky Sedgwick sostiene che la cultura occidentale contemporanea si sia strutturata attorno al binarismo omosessuale/eterosessuale e che questo, in maniera endemica, abbia influenzato e determinato tutti gli altri binarismi che stanno alla base delle relazioni epistemologiche e di potere per mezzo delle quali noi conosciamo, tra cui maschile/femminile, conoscenza/ignoranza, pubblico/privato, verità/paranoia, salute/malattia, natura/contro natura. Rileggendo in maniera originale e controversa alcune narrazioni emblematiche prodotte a cavallo tra il XIX e il XX secolo (tra cui quelle di James, Melville, Nietzsche, Proust eWilde), l’autrice si mette sulle tracce dei discorsi istituzionali, medici e giuridici che hanno prodotto le tassonomie e le identità univoche dell’omosessuale e dell’eterosessuale, per portare alla luce le innumerevoli sfaccettature della sessualità di ciascuno di noi, che sfuggono evidentemente ad una logica dicotomica.

Indice

Nota del curatore
Ringraziamenti del curatore
Prefazione. Perché Eve Kosofsky Sedgwick? Leggere
Stanze private di Silvia Antosa
Prefazione all’edizione del 2008
Introduzione: assiomatica
Assioma 1
Assioma 2
Assioma 3
Assioma 4
Assioma 5
Assioma 6
Assioma 7
1. L’epistemologia del closet
2. Qualche binarismo (I). Billy Budd: dopo l’omosessuale
Conoscenza/ignoranza. Naturale/innaturale/Urbano/provinciale. Innocenza/iniziazione. Uomo/ragazzo
2.3. Cognizione/paranoia. Segreto/rivelazione
2.4. Disciplina/terrorismo
2.5. Maggioranza/minoranza. Imparzialità/parzialità
2.6. Pubblico/privato
2.7. Sincerità/sentimentalità
2.8. Salute/malattia
2.9. Integrità/decadenza. Utopia/apocalisse
3. Qualche binarismo (II). Wilde, Nietzsche e le relazioni sentimentali del corpo maschile
3.1. Cultura greca/cultura cristiana
3.2. Sentimentale/antisentimentale
3.3. Diretto/indiretto. Arte/kitsch
3.4. Uguale/diverso. Omo/etero
3.5. Astrazione/figurazione
3.6. Invenzione/riconoscimento. Integrità/decadenza
3.7. Volontà/dipendenza. Cosmopolita/nazionale
3.8. Salute/malattia
4. La bestia nel closet. James e le narrazioni del panico omosessuale
4.1. Storicizzare il panico omosessuale maschile
4.2. Mr. Batchelor
4.3. Una lettura "corretta" di James
4.4. La legge della giungla
5. Proust e lo spettacolo del closet
Postfazione. Perché questo testo è così politico di Federico Zappino
Opere di Eve Kosofsky Sedgwick

Recensioni

Fabio Bozzato, il Manifesto, 24-06-2011

Dopo vent'anni, "Epistemology of the closet" esce in Italia, finalmente tradotto per l'editore Carocci da Federico Zappino, che ha scelto come titolo "Stanze private". Poteva descriversi come femminista, obesa, sposata ed ebrea. Ma rifiutava di dirsi eterosessuale, pur aggiungendo: «Tutte le volte che ho fatto l'amore con un'altra persona è sempre stato con un uomo». Eve Kosofsky Sedgwick è stata, assieme a Judith Butler, una delle matriarche della teoria queer. Le loro opere più famose, "Epistemology of the closet" e "Gender Trouble", capisaldi del filone teorico anti-identitario, sono entrambi datati 1990 - la prima irrompendo nel terreno della sessualità, l'altra nel genere, arrivando a osservare persino i corpi come fenomeni narrativi e performativi. Gli studi e le pratiche queer, che da allora hanno cominciato a diffondersi, hanno colpito al cuore la tradizionale critica liberal e di
sinistra, bianca e maschile, ammutolito il mainstream gay, sparigliato le carte del pensiero della differenza, perno del femminismo. Dopo vent'anni, proprio "Epistemology of the closet" esce in Italia, finalmente tradotto per l'editore Carocci da Federico Zappino, che ha scelto come titolo "Stanze private", ampliando così la sensazione del closet rispetto all'antico, piccolo e buio armadio. Il fatto che il libro arrivi qui dopo tanto tempo sembra quasi raccontare il cortocircuito tra testo e contesto italiano, «il ritardo generale nell'ingresso di tanti lavori sulla sessualità e le ricerche più radicali», riflette l'anglista Silvia Antosa, esploratrice del corpo letterario di Jeannette Winterson e autrice qui della prefazione. Eve Sedgwick era convinta che la cultura occidentale fosse pesantemente ossessionata dal binarismo, come un codice di ordine e di igiene sociale e culturale. In questa forbice dentata un posto centrale lo assume la coppia «omo/eterosessuale». Così, le porte del closet, cioè l'armadio dove si vive l'auto-occultamento gay, si aprono e si chiudono come un marchingegno spettacolare di de-costruzione del discorso pubblico e dei suoi sottintesi. Analizzare quel passaggio è come entrare tra i meccanismi di una pedaliera autoritaria, in quello che la studiosa definisce «panico». Significa avventurarsi anche nell'altro binario, «insolubile e pericoloso» (come scrive Zappino) tra essenzialismo e costruttivismo, ovvero la genesi delle identità, in quel campo minato e seminato da biologia e biografia. La coppia omo/eterosessuale appare, nelle pagine della Sedgwick, un'asimmetria vertiginosa, che l'autrice viviseziona prima con una serie di «assiomi» a mo' di lunga prefazione e poi immergendosi tra le pagine più intense della letteratura di fine Ottocento, come una chirurga nel firmamento dell'immaginario omosessuale. Da James a Proust, da Wilde a Billy Budd fino ai terreni accidentati di Nietzsche, Sedgwick si interroga, pagina
dopo pagina, figura dopo figura, «con la sua scrittura densa ed opaca e quel suo modo, così poco anglosassone, di reiterare i concetti, per moltiplicare i significanti ed i significati», rileva Silvia Antosa. «Utilizza una pluralità di lenti, curvandole per leggere il mondo», aggiunge Zappino. «In questo modo, 'Stanze private', nato come testo di critica letteraria, ha assunto un profilo intensamente politico». Il libro era stato ripubblicato nel 2008, dall'Università della California, dove la Sedgwick aveva insegnato. Per l'occasione, a qualche mese dalla sua scomparsa, l'autrice aveva scritto una nuova prefazione, raccontando quella sorta di infinito Ottocento, alimentato proprio dal binarismo omo/eterosessuale. Trent'anni fa, raccontava, non solo un intero catalogo di pratiche sessuali, sotto l'etichetta «sodomia», era ancora fuorilegge nella metà degli Stati Uniti, ma l'apocalisse dell'Aids aveva riformulato nuove segregazioni e legami sociali. Così si può comprendere il
perché di quel libro, destinato ad aprire a dismisura lo sguardo, a lei e a noi. Scriveva la Sedgwick nel 2008: «In quel regno ancora senza etichette della teoria queer, quando mi scoprii collocata in una relazione obliqua rispetto all'identità disvelata, quella posizione mi sembrò troppo irresistibile per rinunciarvi».

, la Repubblica, 24-07-2011

La cultura occidentale si è strutturata sul binarismo omesessuale/eterosessuale influenzando le relazioni epistemologiche di potere. Le innumerevoli sfaccettatuer della sessualità di ognuno di noi, sfuggono invece a una logica dicotomica.

Roberto Ciccarelli, il Manifesto, 06-10-2011

Donna ebrea, femminista, obesa, sposata che non ha mai esitato a definirsi «eterosessuale». Quand'era in vita Eve Kosofsky Sedgwick, docente di letteratura inglese a Duke, non amava proteggersi dietro la neutralità del suo ruolo accademico e ha sempre dichiarato il suo posizionamento politico, corporeo e sessuale, senza risparmiare la critica al potere che lei stessa rappresentava. Un giorno nel 1985, durante un corso di women's studies, le accadde di scusarsi del fatto che, in quanto donna non lesbica, provasse difficoltà nel parlare di una condizione per lei sconosciuta. Alla fine della lezione, tre studentesse che giocavano nella squadra di basket del college le dissero con tono gentile, ma fermo, di non farlo più. In quanto donne lesbiche, le sue parole avevano prodotto la sensazione che non volesse essere identificata con loro. Da allora Sedgwick ha ha preferito non trovarsi più in una posizione dispotica e riprovevole.
È stato forse questo l'episodio che l'ha spinta a scrivere Epistemology of the Closet, con Corpi che contano di Judith Butler universalmente considerato il libro fondatore della teoria queer. Pubblicato nel 1990, e finalmente tradotto in italiano con il titolo Stanze Private. Epistemologia e politica della sessualità (Carocci, pp. 301, euro 31,40) grazie all'entusiasmo e alla competenza del filosofo della politica Federico Zappino, Stanze private dimostra che il queer è una forma di resistenza alla classificazione della sessualità nel campo eterosessuale o in quello omosessuale, la cui distinzione è vincolata alle decisioni culturali e politiche e non alla natura o ad una qualsiasi volontà «divina». In questo libro, come ricorda la stessa Sedgwick nella prefazione del 2008, di queer non si parla, anche perché la definizione la formulò Teresa De Lauretiis nel 1991 parodiando l'insulto omofobo che in italiano suona più o meno come «frocio».
Ciò che per Sedgwick conta davvero non è l'appartenenza ad uno di questi campi, ma il desiderio di superare l'identità sessuale in cui si nasce. Nel primo caso l'identità induce a sconfessare il proprio antonimo a favore dell'affermazione di uno status, come accade in tutti gli ambiti dicotomici sui quali è costruito il sapere occidentale: privato contro pubblico, naturale contro artificiale, immanenza contro trascendenza, cittadino contro straniero. Nel secondo caso invece il desiderio dichiara ed esibisce una condizione politica che si condensa nell'esperienza del «closet» (armadio). Con questa espressione i movimenti gay e lesbico hanno inteso lo svelamento (oppure l'occultamento) dell'omosessualità di un singolo. Si parla infatti di «coming out of the closet» che allude all'uscita da una stanza privata in una pubblica.
Questo movimento non ha nulla a che vedere con la famosa uscita dalla caverna di Platone. Il singolo non si dichiara omosessuale per ricreare il binarismo tra «dentro» e «fuori», tra chi è sapiente e chi è ignorante. Per chi si «dichiara», o per chi resta in silenzio, resta sempre una zona d'ombra insuperabile (il «closet», appunto) nella quale avviene una continua negoziazione tra la sessualità e il contesto che la governa.
L'«omosessualità», così come l'«eterosessualità», sono il risultato di un conflitto incessante tra l'istanza della liberazione e quella della stigmatizzazione dei singoli, non categorie astratte fondate sul genere o sul sesso. È questo il contributo innovativo offerto da Stanze private secondo il quale l'identità sessuale si forma in un continuo scambio di generi che non sono identità fisse, ma termini di un rapporto da costruire. A questo punto si può dire che la sessualità non è una funzione genitale legata ad un rapporto gerarchico (uomo/donna), ma è una potenzialità dell'essere che si manifesta attraverso il dispiegamento di una molteplicità di posizioni.
La complessità della strategia queer (dal tedesco «quer», cioè «diagonale», e dal latino torquere, «torcere») si spiega con il fatto che il suo pensiero di riferimento è relazionale e transindividuale, parte cioè dalla differenza e dalla sua differenziazione e non da un'identità precostituita da affermare con le armi della dialettica. Lo stesso dualismo omo/etero è il risultato di questa incessante contrattazione politica sull'identità che oggi, come ieri, governa la vita sessuale. Per Sedgwick la nascita di questo dispositivo risale al 1891, data di pubblicazione e di scrittura de Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde e di Billy Budd di Melville, analizzati in quanto archetipi fondativi della moderna cultura gay (insieme a Proust, Nietzsche e Henry James).
Ciò che rende quest'opera di storicizzazione dei ruoli sessuali, e della loro divisione, ancora più interessante è la sensibilità etico-politica con la quale Sedgwick ripete che il queer si inserisce nel più ampio scenario della critica dell'autorità e delle identità politiche come hanno già fatto nel Novecento i movimenti anti-razzisti e quelli per il riconoscimento dei diritti delle minoranze politiche e culturali. Stanze private è un manifesto della molteplicità sessuale, ma è anche uno straordinario strumento per le lotte politiche più attuali.
Anche questo libro oscuramente virtuoso, denso e labirintico deve più di qualcosa alla storia dei movimenti di base. Il pensiero di Sedgwick nasce dalla crisi del cosiddetto «femminismo universitario», quello che vide la luce dopo la pubblicazione nel 1970 di Sexual Politics di Kate Millet. dando vita in un solo decennio ad almeno 300 corsi sui women's studies. Fu Millet a riscoprire negli Usa la contro-storia dell'oppressione delle donne come una «contro-rivoluzione sessuale» e a realizzare la ricerca pionieristica - di cui Sedgwick è debitrice - tra i classici letterari, denunciando la cultura patriarcale e la misogina in Henry Miller o in Jean Genet.
Quando l'università dell'Impero si trasformò in una gigantesca azienda della trasmissione di file pedagogici, una parte del femminismo radicale ispirato da Gayle Rubin decise di contestarla alleandosi con i movimenti degli studenti (la Sds da cui mutuò le pratiche anti-autoritarie) e quelli della liberazione gay e lesbica esplosi dopo i moti di Stonewall del 1969. Queste vicende coincisero con l'ampia diffusione del femminismo anti-essenzialista, della decostruzione di Derrida, insieme alla critica ai dualismi «molari» (uomo-donna, omo-etero) dell'Anti-edipo di Deleuze-Guattari e della genealogia della sessualità di Foucault (che Sedgwick criticò, pur condividendone metodo e finalità).
Stanze private deve anche molto all'approccio del «nuovo» femminismo di Luce Irigaray, di Hélène Cixous e di Julia Kristeva, importato dalla Francia insieme al pensiero della differenza dei colleghi maschi, perché entrambi criticano il soggetto in quanto «da sempre maschile» e la figura della Madre trasformata in «soggetto esistenzialista». Il queer è originariamente debitore di questi saperi esportati negli anni Cinquanta da una provincia orgogliosa nel cuore dell'Impero. Da quando l'Impero è in crisi, e i saperi critici hanno abbandonato l'università per essere disseminati nel mondo, il queer resta uno degli interpreti più inquieti della critica delle identità sessuali e della creazione di norme per la vita dei singoli e per quella in comune.

Fabio Bozzato, Lo straniero, 01-11-2011

Eve Kosofsky Sedgwick era sicura di aver colto un nodo centrale e profondo: «la comprensione di ogni aspetto della cultura occidentale contemporanea –scriveva – non è da ritenersi semplicemente incompleta, ma compromessa nella misura in cui non prevede un’analisi critica delle definizione omo/eterosessuale».
Un inizio lapidario per un libro fondato esattamente sul dubbio. Era il 1990 e si intitolava Epistemology of the closet. Allora, segnò l’inizio di un intero filone di ricerca, i queer studies, esplicitamente anti-identitari. Oggi, a vent’anni di distanza quel libro esce in italiano, con il titolo Stanze private. Epistemologia e politica della sessualità (Carocci Editore).
Scrittura difficile e «fitta di riferimenti, tutti da ricostruire da zero – ci racconta Federico Zappino, che ne ha curato la traduzione – Un testo pieno di interruzioni temporali tra Ottocento e gli anni Ottanta ed irruzioni nella filosofia, nella letteratura, nella giurisprudenza».
Linguaggio denso, architetture «inusuali per la letteratura inglese, anche accademica», come ci spiega l’anglista Silvia Antosa, che ne firma la prefazione. Ma perché pubblicarlo in Italia dopo vent’anni? cosa ha ancora da dirci? come ci potrebbe essere utile, questo saggio costruito per una metà da una prefazione di “assiomi" e per l’altra metà da una vivisezione di alcuni testi letterari di fine Ottocento? Il fatto è che siamo di fronte ad un lavoro di impressionante vitalità, capace di mettere a soqquadro i paradigmi del movimento gay e di inaugurare negli anni Novanta un filone di critica radicale ed inedita alle strutture di potere. Il queer è stato (ed è) questo. Le identità come costruzioni sociali e culturali; così si può leggere pure il genere e persino il corpo, ci dirà negli stessi anni la seconda madrina degli studi queer, Judith Butler. Cosa questa che farà sussultare non poche femministe. «Eppure, originariamente nel pensiero della differenza il concetto di “corpo" ha una radice psicanalitica, non tanto biologica – sottolinea Federica Giardini, direttrice della rivista *DWF* – Dunque,  qualcosa che ha a che fare con la rappresentazione e la cultura». Esplicitamente femminista si dichiarava anche la Sedgwick, che ammetteva di aver fatto sesso solo con uomini, anzi solo con suo marito, ma rifiutava di dirsi eterosessuale. Lei si era dedicata, sfidando tutti – femministe e gay, in particolare – a studiare l’omosessualità maschile. In questa posizione così obliqua, in questo «esperimento», come lo definiva, aveva scardinato ed esaminato i marchingegni del closet, fabbrica di fantasmi, «vera e propria economia del segreto e della rivelazione», ci dice Silvia Antosa. L’identità ha per la Sedgwick proprio il rumore del *closet*, l’armadio o la stanza che sia, dove nascondere l’omosessualità. Sono i cigolii delle ante, che si aprono e si chiudono per negoziare sempre – anche dopo il coming out – le proprie relazioni visibili con gli altri. Segreti e «segreti di Pulcinella» – annotava - ripetuti con il ritmo di una drammatizzazione cresciuta ed esplosa alla fine dell’Ottocento, con l’invenzione borghese dell’omosessuale, ovvero la necessità di classe, status e maschilità di definire i ruoli sociali, dar loro un ordine lungo una catena di comando. Chi risultava stonare rispetto a quel pentagramma etero-normativo entrava nel destino minoritario della clandestinità, fatta di peccato prima e di delitto poi e infine di malattia, scientificamente comprovata, fisica all’inizio e dopo solo mentale, così come dichiaravano i manuali psichiatrici fino al 1991. Questa etero-ossessione ritorna nella necessità di costruire trame “binarie" (naturale/innaturale, urbano/provinciale,disciplina/terrorismo, conoscenza/paranoia), con cui prescrivere, catalogare, archiviare sintomi di dolori e accenni di libertà. La Sedgwick scava in questa trama, la porta alla luce, fino al bordo estremo dove si deve scegliere tra utopia ed apocalisse, ma – avvertiva – «contrariamente ai genocidi ebrei, africani, dei nativi, un genocidio gay è assolutamente impossibile, a meno che non si voglia estirpare la razza umana nella sua totalità». Perché *Stanze private* è anche il libro che per la prima volta ha cercato una via d’uscita da un altro vicolo cieco in cui si erano trovati femminismo e teoria gay, intrappolati tra “essenzialismo" e “costruttivismo", cioè le domande: cosa e come si nasce? cosa e come si diventa? La Sedgwick «trova un posizionamento problematico – dice Zappino, che a Sassari sta completando il suo dottorato e non è un traduttore professionista, il che rappresenta una felice anomalia – E’ la suggestione della performatività, tra le maglie aperte del pensiero di Foucault». Non si nasce né si diventa, si performa, si interpreta, si introietta, si riproduce, solo si vive, tutti, “etero" e “gay", che così diventano appendici di un lessico da reinventare. Così ha provato a sedurci l’autrice americana, scomparsa nel 2009, dopo aver visto svilupparsi un intero filone di ricerca e di pratiche sociali, culturali, artistiche. E questo è il nocciolo del queer. La parola stessa, nata come insulto e rimasta come stigma di bizzarro e di storto – il contrario di straight, che è dritto ed anche etero, ovvio – ha finito per essere adottata come rivendicazione felice, confusa e spiazzante.«Direi che è stata una forma di resistenza», tentava di spiegare sottovoce la Sedgwick nel 2008, a tanti anni di distanza da quella semina di queer riot. Una semina che sembra continuare a fiorire. Federica Giardini ci ricorda per esempio che «la Sedgwick richiama le riflessioni di Carla Lonzi, la quale si diceva convinta che nel momento in cui le donne riusciranno a sottrarsi definitivamente dalla subalternità, questo causerà forti ‘fluttuazioni’ nel sistema eterosessuale di relazioni. Un’intuizione straordinaria». «E’ facile collegare queste riflessioni al lavoro di Beatriz Preciado sugli ormoni – continua a riflettere la docente di Filosofia Politica a Roma 3 – Posso cioè, da femminista, considerare inscindibili sesso e genere, a differenza degli studiosi queer, ma devo ammettere che l’uso ormonale così intensivo ha ormai contaminato il soggetto ‘donna’ non solo nella sua dimensione fisica, ma anche in qualcosa di più profondo. Si prescrive la pillola per esempio nelle pratiche psicoterapeutiche. Cos’è, a questo punto, il corpo ormonale? Di che genere, sesso e sessualità parliamo?». Sembra un dibattito fantascientifico per il contesto italiano. Dove «si può magari scoprire che Eve Sedgwick rilegge *Billy Budd* usando una quantità di riferimenti che a noi sono sconosciuti, perché l’unica versione italiana di quel libro è zeppa di passaggi censurati», racconta divertita Silvia Antosa. Eppure, proprio la letteratura come fucina di immaginario permette alla Sedgwick di esplorare Proust, Wilde o Henri James come fabbriche di ruoli, fantasmi, minacce e rivelazioni. «Se nel mondo anglosassone siamo già alla critica del queer, noi in Italia siamo agli albori – ci racconta Lorenzo Bernini, che a Verona fa ricerche di Filosofia politica su Foucault – Il fatto è che il queer è una specie di ‘significante flessibile’. In altre parole è un concetto aperto, una teoria che si nutre di pratiche politiche. Pensa a cosa significa oggi parlare dell’identità di gay migranti, di sfera dei diritti, di transgender». E aggiunge: «Una folata queer farebbe bene ai nostri studi accademici e anche al movimento gay». Per Luca Trappolin, sociologo di gay studies all’Università di Padova, quello della Sedgwick è un classico che meritava di essere tradotto: «contribuisce a chiarire i meccanismi del potere, anche quelli più reconditi – dice – Ma è difficile sostenere che sia utilizzabile nella prassi sociale – sottolinea il ricercatore – La stagione delle identity politics, che stiamo attraversando ormai da diversi decenni anche in Italia, tende a fissare le identità, soprattutto quelle gay e lesbiche. Sedgwick ci serve per problematizzare questi temi, ma non molto per ‘comprendere’. Perché per comprendere le politiche identitarie occorre fare riferimento anche alla dimensione materiale dell’esistenza, non solo a quella dell’organizzazione del pensiero». «Eppure è dalla materialità delle nostre vite – prova a riflettere Zappino – che oggi troviamo tutti i giorni forme distinte e persino alternative ai modelli di comportamento, agli istituti giuridici, alle norme istituzionalizzate. Per questo trovo quel testo così fortemente politico». Come dire: continuiamo ad aspettare le leggi e i riconoscimenti, persino uno straccio di norma contro l’omofobia, nel nostro Paese, ma le persone, intanto, sperimentano le proprie forme familiari e inventano le proprie reti di protezione. Dunque, come potremmo leggere oggi *Stanze private*? Forse bisogna solo ritornare alle parole dell’autrice: «Volevo che questo libro fosse invitante (e anche imperativo) ma non algoritmico», senza sapere cioè se sarebbe rimasto una raffinata ricerca politica e letteraria o se costruisse davvero «la sintassi di un progetto critico più ampio». Ne è convinta Federica Giardini: «Trovo un fatto straordinario la pubblicazione di questo libro, oggi. Perché dà fiato alle possibilità di alleanze tra nuove generazioni femministe e il variegato ed inedito movimento queer». 

Francesco Gnerre , http://www.prideonline.it, 01-12-2011
Esce finalmente in Italia, con il titolo Stanze private. Epistemologia e politica della sessualità, un libro fondamentale per le teorie queer degli ultimi anni: Epistemology of the closet di Eve Kosofsky Sedgwick. Nell’edizione italiana il testo è a cura di Federico Zappino (Carocci 2011, pp. 302, euro 31,40).
L’autrice, morta nel 2009, è stata una delle più importanti filosofe e critiche letterarie del nostro tempo. Ebrea, femminista, sposata con un uomo, rifiutava la definizione di “eterosessuale”, perché il problema, a cominciare dal modo di percepirsi e di rapportarsi agli altri, è per tutti andare oltre il binarismo omo/eterosessuale su cui si fonda la nostra cultura. Interessante, a questo proposito, un episodio che lei stessa racconta. Nel 1985, nell’introdurre un corso sul lesbismo, volle chiarire agli studenti che in quanto donna non lesbica si sentiva in qualche modo svantaggiata. Dopo la lezione tre studentesse andarono nel suo studio e la pregarono, “con tono fermo ma gentile” di non ripetere più una scena come quella: “Secondo loro, per quanto avessi scelto le mie parole accuratamente, l’unico significato che produssero su di loro, in quanto donne gay, fu quello di uno stridente disconoscimento fobico”. E le studentesse avevano ragione, perché, come spiega Sedgwick nel corso del libro, la struttura binaria omo/eterosessualità non è mai neutrale e bisogna chiedersi se “viene intesa come una questione di fondamentale importanza solo per una minoranza omosessuale” (prospettiva minorizzante), oppure se “viene intesa come una questione di rilevanza determinante nello spettro delle sessualità della vita di ogni persona” (prospettiva universalizzante).
Il libro risale al 1990, quando tutto l’occidente veniva investito da una forte ondata di omofobia seguita all’emergenza dell’Aids e studiosi come Eve Sedgwick provavano a reinventare i termini delle nostre sessualità. Oggi, soprattutto in Italia, è ancora attualissimo se pensiamo a quanta omofobia è ancora presente nella nostra società. Ma perché si è aspettato più di venti anni per tradurlo? Prova a spiegarcelo Silvia Antosa, docente di letteratura angloamericana all’Università di Palermo e autrice della prefazione dell’edizione italiana: “Sicuramente la mancanza di un filone di studi specifico sule le teorie glbt e queer nel mondo accademico italiano ha determinato e determina tuttora un rallentamento dell’ingresso nel nostro paese delle ricerche più radicali condotte nel mondo angloamericano”.
Il libro si incentra in particolare sullo studio dell’omosessualità maschile alla base del binarismo etero/omosessuale che dall’Ottocento caratterizza la nostra cultura. A partire dalla decostruzione di questo binarismo, Eve Sedgwick fa una disamina attenta e puntuale di altri binarismi (maschile/femminile, pubblico/privato, naturale/innaturale, salute/malattia, segreto/rivelazione, ecc.) provando a uscire da una delle impasse in cui si erano trovati femminismo e teoria gay verso la fine degli anni ’80, intrappolati tra posizioni essenzialiste e costruzioniste.
“Nato come testo di critica letteraria, dice ancora Silvia Antosa, “Stanze private è in realtà un libro profondamente politico, che contribuisce a svelare i meccanismi di potere che agiscono nelle nostre società. Problematizzando le istanze identitarie ‘fisse’ su cui si basa una pratica politica glbt, Sedgwick – e il movimento queer che nascerà di lì a poco – non teorizza una soggettività di riferimento per una lotta politica di rivendicazione, né prevede strategie politiche in senso stretto, ma fornisce degli strumenti che permettono ai lettori e alle lettrici di ‘leggere’ le varie forme identitarie e, se necessario, di metterle in discussione”.
Una parte importante del libro, forse la più suggestiva, è dedicata all’analisi della categoria del closet (letteralmente “armadio” o “luogo chiuso” che è passato a indicare la condizione degli omosessuali non dichiarati) e agli stereotipi stigmatizzanti legati al modo di ragionare per opposizioni binarie nei testi di alcuni celebri autori della tradizione letteraria anglo-europea, tra cui Wilde, Melville, James e Proust.
“La letteratura, afferma a questo proposito Silvia Antosa, “svolge un compito fondamentale a mio avviso, e non solo nel testo sedgwickiano, poiché mette in scena dinamiche, pratiche e rappresentazioni che di fatto rispecchiano, analizzano e portano alla luce le varie sfaccettature della vita e dell’esperienza umana nei vari momenti storici; sicuramente i testi scelti da Sedgwick sono delle vere e proprie fabbriche di ruoli, caratteri, fantasmi evocati o tangibili nella quotidiana esperienza dei personaggi omosessualiche sono continuamente chiamati a negoziare la loro invisibilità o la loro visibilità all’interno di una più ampia struttura sociale caratterizzata da una forte economia del segreto e della rivelazione. Si tratta di testi esemplari che, anche se scritti nell’Ottocento o nel primo Novecento, raccontano molte delle dinamiche che ancora oggi sono vissute da tante persone gay – segno che il potere rappresentativo ed emozionale della letteratura travalica i confini spazio-temporali per parlare al cuore di ognuno delle nostre esperienze”.
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