Carocci editore - Lingua italiana e politica

Password dimenticata?

Registrazione

Lingua italiana e politica

Maria Vittoria Dell'Anna

Lingua italiana e politica

Edizione: 2010

Collana: Bussole (387)

ISBN: 9788843052677

In breve

Che tipo di linguaggio usano i politici italiani? Quali sono le tendenze di lessico e retorica che emergono nei testi politici e politico-giornalistici degli ultimi anni? Il volume, che si rivolge a studenti e appassionati della materia, risponde a queste domande presentando un panorama storico dei momenti centrali del linguaggio politico in Italia e dei principali studi sull’argomento, con specifico riguardo a quelli più recenti.

Indice

1. Lingua e politica
Definizione e campo di indagine/Funzioni e soggetti della lingua politica/Lingua politica e linguaggi settoriali
2. Il discorso politico: forme e strategie
Introduzione/Discorso politico polemico, discorso politico didattico/Discorso politico elettorale, discorso politico istituzionale/Idiscorsi dei presidenti della Repubblica
3. Testi e contesti della comunicazione politica
I testi politici: primari e secondari/La politica in televisione/La politica sui giornali/La politica in radio/Il comizio/L’intervento parlamentare/La relazione congressuale/Le tesi programmatiche/La pubblicità elettorale e i manifesti/La politica in Internet
4. Studi e momenti della lingua politica nel Novecento
Uno sguardo d’insieme/Lingua e fascismo/La prima Repubblica/La seconda Repubblica
5. Lingua e lessico politico nella seconda Repubblica
Lingua politica e lingua comune/Parole e politica. Neologismi e ruolo dei giornali/Realtà extralinguistica e innovazione lessicale/I testi primari: il lessico/I testi primari: figure retoriche e campi semantici
Bibliografia

Recensioni

Pasquale Rotunno, Avanti, 25-03-2010
Come parlano i politici? Quale lingua usano nella prassi politica di ogni giorno, nelle campagne elettorali, nei dibattiti televisivi e nei comizi di piazza? Il binomio lingua-politica risale alla classicità. In particolare alle riflessioni di Aristotele sulle tecniche retoriche e argomentative per persuadere l’uditorio sulla validità delle tesi discusse. Se si parla di retorica, si intende evidentemente una comunicazione in cui ha un ruolo primario la funzione persuasiva del linguaggio. Nella comunicazione politica, specie in quella elettorale, l’efficacia persuasiva di un messaggio è tanto maggiore quanto più chi parla o scrive è capace di produrre nel destinatario un passaggio dalla semplice informazione sui contenuti del messaggio alla convinzione su di essi. Quindi all’adesione a un progetto, a un programma politico e, infine, all’induzione di un comportamento: il consenso e il voto. Maria Vittoria Dell’Anna, ricercatrice di Linguistica all’Università del Salento, offre nel suo ultimo libro una essenziale guida all’analisi dei linguaggi elettorali: "Lingua italiana e politica" (Carocci, 124 pagine, 10 euro). La comunicazione politica verte per sua natura più sul confronto argomentativo e sul dibattito tra tesi e posizioni differenti che sulla presentazione di contenuti informativi. I discorsi polemici sono di conseguenza molto più frequenti e numerosi di quelli didattici. La comunicazione elettorale è naturalmente la forma più importante di comunicazione politica. La comparsa sulla scena politica del sistema dei media, televisione in testa, ha ampliato la possibilità di comunicazione dei candidati e moltiplicato il loro uditorio; giungendo sino a segmenti di elettorato in passato mai raggiunti. Il discorso politico elettorale ha assunto così forme per molti aspetti nuove. L’azione politica conserva una propria autonomia al di fuori dei contesti in cui si diffonde al pubblico. Ma è innegabile che la sua pubblicizzazione, e talora persino la legittimazione delle persone e delle decisioni, passa oggi soprattutto attraverso lo schermo televisivo. Se un tempo era la politica a imporre alla televisione le proprie regole di funzionamento, oggi è la televisione a dettare alla politica esigenze di informazione, intrattenimento e di logica comunicativa. La televisione ha moltiplicato le forme della comunicazione politica. Ha prodotto modalità inedite di dibattito e di tribuna politica, ad esempio il telecomizio, e reso progressivamente superflue le grandi adunate di piazza. I politici si sono ritrovati in una posizione comunicativa del tutto nuova, in virtù di una diversa fisionomia del destinatario, enormemente più ampio quanto a numero e ideologicamente differenziato. La televisione produce un’interazione "faccia a faccia" e annulla di fatto ogni differenza di luogo e di tempo, tra la produzione e l’emissione del messaggio e la sua ricezione, affidata sia all’ascolto sia alla visione. Anche il messaggio radiofonico produce un annullamento analogo; ma l’impatto e l’effetto di realtà generati dalla televisione sono di gran lunga maggiori, per l’ovvia considerazione che ciò che comunica attraverso le immagini coinvolge molto di più di ciò che si rivolge soltanto all’orecchio. Se i mezzi che veicolano il discorso politico sono cambiati, non lo sono altrettanto le strutture retoriche che lo sorreggono. Le tradizionali figure retoriche sono ancora molto usate. Specie nelle relazioni congressuali e negli interventi parlamentari, che hanno di solito forma scritta. Aspetti di novità nel discorso politico sono l’attacco personale e lo screditamento dell’avversario. Ma anche la “citazione di autorità?, cioè la menzione di personaggi illustri per avvalorare le proprie tesi mediante opinioni altrui ritenute fonti e modelli di prestigio. Quanto ai contenuti, si assiste alla "perdita d’identità, specificità e riconoscibilità linguistica ed espressiva dei singoli esponenti o gruppi politici". Il livellamento del discorso politico italiano è stato definito da Umberto Eco già all’inizio degli anni settanta con la formula "argomentazione media": in televisione il politico cerca di individuare argomentazioni accettabili da tutti, pur mantenendo aspetti differenziali nella propria posizione. Negli anni della seconda Repubblica ha prevalso la retorica degli opposti: passato/futuro, ideologia/ programma, vecchio/nuovo. Il lessico è divenuto vago. Poiché, spiega Dell’Anna, "gli elementi di differenziazione non risiedono nella sostanza delle parole, ma nella prospettiva con cui l’emittente le proferisce e il destinatario le intende". Non è invece ancora emersa una "lingua della Rete" come fenomeno omogeneo. La Rete ripropone tendenze comunicative e stereotipi espressivi diffusi in altri contesti politici. Salvo un maggior ricorso a forme discorsive ironiche e giochi linguistici per catturare l’attenzione dei destinatari. Il famigerato politichese, linguaggio complicato e incomprensibile della prima Repubblica, è ormai archiviato. Eppure stenta ad affermarsi un linguaggio in grado di far presa sui problemi e indicare con chiarezza agli elettori soluzioni nette.
Filippo La Porta, Left, 16-04-2010

Il vocabolario della politica è cambiato molto (e non in meglio) con il passaggio alla politica spettacolo, il berlusconismo, la Lega nord, il suo «cel’hodurissimo». Dell’Anna offre un’analisi arguta e puntuale di questa involuzione.

Lucio D'Arcangelo, il Giornale, 16-06-2010
Il linguaggio politico italiano è stato sviscerato in lungo e in largo e conta numerosissimi studi, anche se tutt’altro che imparziali. Ultimo della serie quello di Maria Vittoria Dell’Anna, Lingua italiana e politica (Carocci, pagg. 128, euro 10), che si propone di storicizzare il fenomeno. Ad una prima parte, intesa a circoscrivere le varietà del discorso politico (pubblicità elettorale, interventi parlamentari, discorsi congressuali...) anche in relazione ai mezzi usati (giornali, Tv, radio) segue una breve e sintetica rassegna del linguaggio dei leaders e dei movimenti succedutisi sulla scena politica italiana nel corso del Novecento. Troviamo così il linguaggio del fascismo, su cui si sono versati i classici fiumi d’inchiostro, e quello della prima Repubblica nei suoi «stili» rappresentativi: quello vivace e sanguigno di Nenni, quello «egotista» di Craxi, quello criptico di Moro (chi non ricorda le «convergenze parallele»?), divenuto emblema della Dc. Non manca neppure Pannella con i suoi gesti plateali, ma curiosamente viene ignorato il «sinistrese» sessantottesco. Eppure fu un tam tam che, specie nelle università, non ebbe rivali: «rivendicazioni sociali», «comitati di liberazione», discorsi da «portare avanti», «spazi di lotta» da gestire, ecc: una cultura che, come ha scritto Raffaele La Capria, «fu adottata immediatamente e naturalmente, dopo il ’68, da ogni maestro di scuola, e ormai dovunque attecchita, come il verbo lungamente atteso, col suo fatale schematismo». Fu quello il linguaggio politico dominante e restò tale per più di un ventennio, quando con la caduta del muro di Berlino marxisti e post-marxisti si convertirono al multiculturalismo. Gli immigrati divennero i nuovi proletari e nacquero nuovi cliché e parole d’ordine: ad esempio «razzismo» come simbolo di male assoluto sostituì «fascismo». Ma di tutto ciò non c’è traccia nel libro, in cui invece si legge che «la prosa di Berlinguer è ordinata, priva di inutili arricchimenti e abbellimenti, talora esplicativa...». E dopo? Oggi all’eufemismo «scientifico» dei veterocomunisti è subentrato quello «culturale», inteso come odio per le parole comuni, e la macchia d’olio di questo nuovo linguaggio, che in quanto a vacuità, fa il paio con l’arte concettuale, si allarga sempre più. L’amministrazione Veltroni trasforma i gatti di Roma in un «patrimonio bioculturale» e nei programmi elettorali di certi sindaci parchi e giardini diventano «punti di valorizzazione urbana e ambientale». Ma anche di questa, chiamiamola così, nouvelle vague si tace. Tra le «novità comunicative» della Seconda repubblica appaiono nel libro l’anti-politichese di Bossi e, naturalmente, il linguaggio di Berlusconi, su cui si sono esercitati vari autori, «utilizzando - ahinoi - accanto alle tecniche dell’analisi qualitativa del discorso e della sociolinguistica, anche gli strumenti dell’analisi quantitativa e statistica». Grazie a questi studi, per la verità prescindibili, sono emerse alcune «costanti» del linguaggio berlusconiano: ad esempio «l’insistenza sul pericolo comunista» e «l’appello enfatico e abusato all’affetto e lo scivolamento sul piano dei sentimenti personali», giudicati, evidentemente, sconvenienti. In realtà, tutti i grandi leader usano ricorrere alla «mozione degli affetti» e sotto questo profilo Berlusconi non fa eccezione. In ogni caso non è con questo metro che vanno giudicati i discorsi politici, che non sono costruzioni letterarie più o meno riuscite, ma «atti di parola», che equivalgono ad azioni e, se celano un pericolo, è quello dell’autosufficienza. Come ha scritto Paul Ricoeur, «il legame fra l’atto del dire e quello del fare non può essere mai del tutto spezzato». Perciò la politica, se vuole parlare a tutti, deve mettere da parte le utopie non meno della «cultura» esornativa con cui si vorrebbe addobbarla. Come ha scritto il Premio Nobel Octavio Paz, «non si tratta di costruire il futuro, ma di rendere abitabile il presente». E di questo credo che Berlusconi sia stato un interprete fedele.
Maria Pia Forte, La Sicilia, 05-07-2010

Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica italiana, nei suoi discorsi usava spesso parole dal sapore ancora ottocentesco, evocanti intimità domestiche e slanci romantici: "borgo", "casolare", "focolare", "palpito", "rigoglio"… Pertini, che affrontava con frequenza temi come guerra, terrorismo e violenza, attingeva molti termini "all'area semantica del dolore". Le scelte lessicali di Ciampi erano dettate invece dai temi a lui cari della memoria, della patria intesa anche come la più ampia patria comune, ossia l'Europa, "e della consapevolezza storica come imperativo morale per il presente", temi ripresi pure da Napolitano.
Maria Vittoria Dell'Anna, studiosa, ricercatrice di Linguistica italiana all'Università del Salento (Lecce) e autrice del saggio "Lingua italiana e politica" (Carocci), ha preso in esame le forme linguistiche e verbali usate nella loro attività quotidiana dai politici degli ultimi decenni.
Professoressa Dell'Anna, che italiano parlano oggi i politici ? La loro lingua è uguale a quella delle persone comuni o ha caratteristiche sue proprie?
«La lingua della politica di tutti i giorni, dei manifesti e delle campagne elettorali condotte a colpi di slogan, è vicina alla lingua comune, di cui tende a condividere brevità del periodo e semplicità sintattica, registro non formale, lessico poco specializzato. Ciò vale soprattutto per i leader odierni, e questo per una formazione spesso diversa da quella fortemente umanistica dei politici del passato, per l'incidenza notevole della televisione e dell'oralità nell'organizzazione del discorso. La loro lingua è distante dal politichese della Prima Repubblica».
Il piccolo schermo, dunque, ha influito molto sul modo di esprimersi dei politici?
«La televisione ha portato la politica nella piazza più grande alla quale ci si possa rivolgere: le case degli italiani. Italiani diversi per ideologia, condizioni culturali e socio-economiche. I politici hanno dovuto adottare forme espressive che raggiungessero un pubblico quanto più ampio possibile. Ciò ha comportato da una parte la semplificazione in direzione della lingua comune e di forme del parlato, dall'altra un adattamento della comunicazione a registri e regole della TV».
Giudica eccessivi gli anglicismi adottati da politici e giornalisti, a cominciare dal termine "premier"?
«Oltre a 'premier' e 'premiership', cito 'bipartisan', 'devolution', 'spoils system', 'exit poll', le formazioni 'sostantivo + day' modellate su 'D-day', come 'tax day' ed 'election day', e i sintagmi 'Berlusconi boys' o 'D'Alema boys'… A differenza di altre lingue settoriali (dell'informatica, dell'economia, della finanza), tuttavia, che hanno inglobato nei propri lessici moltissimi anglicismi, nella lingua politica il ruolo dei prestiti è tutto sommato poco consistente».
La prima Repubblica, caratterizzata dal trionfo del politichese, quali espressioni ha regalato alla nostra lingua?
«Ricordiamo, fra le molte, le locuzioni "stanza dei bottoni" di Pietro Nenni e "convergenze parallele" di Aldo Moro. Tra i politici di quel periodo Moro fu tra i più fecondi di parole e locuzioni nuove poi stabilizzatesi nella nostra lingua. A lui si devono, oltre a "convergenze parallele", esempio per antonomasia del politichese, anche "accordo programmatico", "area d'intesa", "strategia dell'attenzione", buoni esempi del generale costume linguistico-politico del secondo Novecento».
Dopo tangentopoli, il suffissoide "-poli" ha generato molti figli…
«Tangentopoli è il primo e forse miglior esempio di come le vicende extralinguistiche della seconda Repubblica abbiano influito sull'ampliamento del nostro lessico. Da Tangentopoli 'città delle tangenti' a tangentopoli 'scandalo delle tangenti', il suffissoide '- poli' ha poi cominciato a essere usato anche col significato non etimologico di 'scandalo', dando vita a un considerevole numero di neoformazioni - perlopiù giornalistiche - come 'affittopoli', 'calciopoli', 'concorsopoli', 'parentopoli'. L'innovazione, in questo caso, non sta soltanto nell'arricchimento quantitativo del lessico, ma nella ulteriore possibilità derivativa consentita dal nuovo valore del suffissoide».
"Inciucio", "ribaltone", "bustarella", "verticismo"… La politica è il campo che regala più neologismi alla lingua?
«Senz'altro è tra gli ambiti che più contribuiscono all'arricchimento del nostro lessico. Merito sia dei giornalisti che si occupano di politica, sia dell'impatto che la stessa politica ha sui parlanti. Non tutte le parole che nascono sui giornali o sulla bocca dei politici, tuttavia, entrano stabilmente nel nostro lessico, ma soltanto quelle che di fatto vengono promosse dall'autorità dei parlanti».
La politica s'impadronisce anche di parole già esistenti nel lessico comune connotandole in senso nuovo.
«Sì, parliamo propriamente di neologismi 'semantici': neologismi che sono tali non nella forma della parola, già esistente, ma nel significato. Pensiamo alle denominazioni di alcuni movimenti o schieramenti e a voci ad essi riferite, da Quercia a Ulivo, da 'cespuglio' a Margherita. O ancora a 'deriva', 'nordista', 'pianista', 'Padania', 'secessione', 'traghettare'...»

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna